Ilan Pappé, storico israeliano: “È a rischio il futuro di tutti noi”

Tempo di lettura 10 minuti
In dialogo con la giornalista Olga Rodriguez, lo storico israeliano Ilan Pappé sottolinea come sotto attacco siano i diritti di tutti. L’intervista, pubblicata originariamente a novembre 2024, risulta ancora attuale a mesi di distanza.

Da anni Ilan Pappé è un punto di riferimento a livello internazionale per lo studio sulla storia del colonialismo israeliano. Il libro La pulizia etnica della Palestina, pubblicato nel 2006 (NdT: edito in Italia per Fazi nel 2008), creò gran scompiglio nel suo paese. Nel libro mette in evidenza le operazioni di espulsione e pulizia etnica contro la popolazione palestinese ad opera di bande armate sioniste prima del 1948, anno della proclamazione di indipendenza dello Stato israeliano.

Sostenitore di uno Stato unico per palestinesi ed ebrei come “unica via per la democrazia e l’uguaglianza”, difende da anni la campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni per esercitare pressione su Israele a fronte dell’occupazione illegale e dell’apartheid. “L’Europa deve imporre subito sanzioni a Israele”, sottolinea.

Nel 2007 ha lasciato il suo paese e si è trasferito nel Regno Unito – dove è professore universitario – dopo che il rettore dell’Università di Haifa, in cui insegnava, ne aveva chiesto le dimissioni a causa delle sue posizioni critiche. Pappé aveva affermato in quella circostanza che gli era sempre più difficile continuare a vivere nel suo paese.

Ha appena finito di scrivere un nuovo libro, in cui denuncia il potere “delle lobby sioniste da entrambi i lati dell’Atlantico”. elDiario.es lo ha intervistato nella Casa Árabe di Madrid.

Nel pieno della campagna militare contro Gaza, Israele conta ancora sull’appoggio degli Stati Uniti e di altri alleati. Cosa implica questo, non solo per la Palestina, ma anche per gli equilibri mondiali? 

Siamo di fronte a una crisi di fiducia nel diritto internazionale. Se un genocidio – a cui possiamo assistere, quasi ogni giorno, sui nostri telefonini – non provoca nessun drastico cambiamento nelle politiche dei governi, significa che quelli che pensavamo essere sacrosanti diritti civili e umani sono tali solo quando a violarli è un paese non occidentale.

Rispetto a ciò che sta accadendo a Gaza è questa la cosa più importante in ambito internazionale, perché mostra l’ipocrisia e il doppio standard della comunità mondiale, soprattutto di quella occidentale.

Risulta fin troppo facile mettere a confronto le reazioni dell’Occidente rispetto a Ucraina e Palestina e vedere chiaramente la disumanizzazione dei palestinesi da parte dei media e del sistema politico occidentale. Accade sotto gli occhi dei Paesi del Sud del mondo, e sta confermando i loro sospetti.

Cosa si può fare di fronte a questo doppio standard che indebolisce sempre più il diritto internazionale e altera gli equilibri mondiali?

Cosa fare è una buona domanda. Il mondo deve capire che questo non riguarda solo i palestinesi, è a rischio il futuro di tutti noi. Il genocidio in Palestina, la crisi climatica, la povertà e il razzismo hanno radici comuni, sono espressione di uno stesso modo di fare politica.

È necessario che le battaglie che facciamo nel nostro Paese siano messe in relazione con le battaglie in Palestina, perché sono connesse, sono legate. Per questo tanta gente si sta mobilitando sulla questione, per questo a Londra un milione di persone ha manifestato per la Palestina. Molti non avevano mai partecipato prima a questo tipo di proteste, e succede perché vedono questa interconnessione.

Oggi la politica, in termini generali, considera le persone come mera base elettorale, non come un gruppo con istanze da risolvere. È una realtà che bisogna cambiare, e questo include modificare le politiche dei nostri governi nei confronti della Palestina e nei confronti di altri temi che attraversano il nostro presente.

In riferimento alla questione Israelo-palestinese lei ha sempre difeso la soluzione di un solo Stato democratico in cui tutte le persone abbiano gli stessi diritti. Crede sia ancora possibile?

Ora come ora niente è possibile. L’anno prossimo, o nei prossimi anni, sarà molto difficile che qualsiasi forza positiva riesca a modificare la realtà che stiamo vivendo. Nel lungo termine sì. Non solo è possibile, ma credo sia l’unica soluzione.

Attualmente c’è già uno Stato unico, si chiama Israele e controlla tutta la Palestina storica. Non c’è un metro quadrato della Palestina che non sia sotto il dominio di Israele, che è uno Stato di apartheid che commette genocidio e pulizia etnica. L’unica alternativa è uno stato democratico per tutti, liberato e decolonizzato, che permetta ai rifugiati di tornare.

Non siamo di fronte al classico conflitto tra due Stati, ma di fronte a un progetto coloniale che assomiglia più al Sudafrica dell’apartheid che ad altro. So che è difficile per molte persone in Europa capire che nel ventunesimo secolo il colonialismo continua ad esistere, ma è così.

La scelta delle parole è importante.

Assolutamente.

Qual è la sua percezione di come i media europei parlano della questione palestinese?

Il linguaggio che i media mainstream utilizzano non racconta alle persone quello che sta accadendo. Se parlano della “guerra di Gaza”, non stanno dicendo alla cittadinanza che c’è un genocidio in corso. Se definiscono le azioni israeliane in Cisgiordania “operazioni di autodifesa”, non raccontano che quelle azioni sono operazioni di classificazione etnica, che costituiscono un crimine di guerra e di lesa umanità.

Definire Israele “l’unica democrazia in Medio Oriente” non consente alle persone di chiedersi se sia realmente democratico uno Stato che occupa e sottomette milioni di persone e nega pieni diritti ai cittadini arabi. Uno Stato che fa questo non è uno Stato democratico.

E il linguaggio contribuisce a celare tale realtà. Quanto più le parole saranno aderenti alla realtà, maggiore sarà la capacità delle persone di fare pressione sui propri governi per agire contro Israele e fermare il genocidio.

In che modo spiegherebbe a un europeo la maggioranza delle grandi proteste contro Netanyahu che vediamo nelle piazze di Israele?

La maggior parte delle proteste contro Netanyahu riguardano questioni interne, non chiedono la fine dell’occupazione e del genocidio. I manifestanti vogliono mantenere lo Stato di apartheid israeliano, ma renderlo più liberale e democratico per gli ebrei. Immagino sia difficile da capire qui in Europa, ma è così.

Sono due le questioni che preoccupano la maggior parte dei manifestanti. Uno, gli ostaggi, ovviamente. Si sono resi conto di quello che alcuni di noi intuivamo da tempo: che il Governo israeliano non ha alcun interesse nel liberare chi è stato sequestrato. E stanno operando di conseguenza. L’altro, Netanyahu, naturalmente. I leader che a loro piacciono però non cambieranno la politica israeliana nei territori palestinesi o in Libano.

In altre parole, al netto di proteste minori, sono manifestazioni che riguardano un conflitto interno, ma senza allontanarsi dall’ideologia sionista. Pertanto, il problema di fondo continua a non essere affrontato, ovvero che oggi il sionismo è un ostacolo per la libertà e la pace di tutti.

In cosa consiste questo conflitto interno al sionismo?

È un conflitto tra gli ebrei laici e quelli più religiosi. Questi ultimi non vogliono solo distruggere i palestinesi. Vogliono creare uno Stato ebraico secondo la legge ebraica. In altre parole, una teocrazia. Gli ebrei laici vogliono che lo Stato ebraico rimanga uno Stato liberale e democratico per gli ebrei. Liberale, laico e occidentalizzato.

Nessuno di questi due modelli funziona. È sempre stato questo, sin dall’inizio, il principale problema del sionismo. E non ha niente a che vedere con i palestinesi. Il grande problema del sionismo è che si tratta di una soluzione europea a un problema europeo sulle spalle dei palestinesi.

Nel suo nuovo libro Lobbying for Zionism on Both Sides of the Atlantic parla del ruolo, a livello internazionale, dei gruppi pro-israeliani, tra i quali ci sono anche gruppi di potere non ebraici. Che ruolo hanno?

In Europa gruppi di questo tipo sono sia nella destra sia nella sinistra. Anche nelle elezioni statunitensi abbiamo visto alcuni gruppi pro-israeliani molto attivi. La lobby israeliana è la più grande e antica, esiste da 100 anni e ha molto potere grazie a una coalizione internazionale, che io chiamo Israele Globale.

Esiste nel mondo una forte coalizione pro-israeliana che unisce il messianismo – evangelico, cristiano o giudeo – a magnati della finanza e dell’industria militare, conservatori e neoconservatori, partiti della destra, fascisti, e populisti, questi ultimi legati a Israele per la comune islamofobia.

Bisognerà vedere cosa succederà, perché al momento non è una buona idea investire su Israele, sta attraversando una profonda crisi economica e questo può avere delle conseguenze.

Nel suo libro racconta come operano questi gruppi di pressione.

La lobby israeliana è molto potente e utilizza metodi mafiosi. Per questo è potente. Può rovinare una carriera politica, giornalistica o artistica se ritengono che stai mettendo in pericolo l’immagine dello Stato di Israele o della lobby stessa.

In questi mesi sono molte le accuse di antisemitismo contro chi, ebrei inclusi, difende i diritti dei palestinesi.

Utilizzare l’antisemitismo come strumento per mettere a tacere le critiche contro Israele è un’arma molto potente, perché nessuno vuole essere accusato di essere antisemita o di essere un ebreo che odia se stesso, accusa che viene mossa contro gli ebrei critici nei confronti di Israele.

Funziona per intimidire le persone, perché ci pensino due volte prima di criticare le azioni di Israele. Ma nel lungo termine non funziona. In primo luogo, perché questa accusa, travisata e utilizzata in questo modo, fa crescere l’antisemitismo. E poi, soprattutto, perché questa strategia presenta l’antisemitismo come qualcosa di molto diverso e molto peggiore di qualunque altra forma di razzismo. In Europa questo ha principalmente il sostegno della Germania.

Questa tesi non funzionerà. Le persone vittime di razzismo e discriminazione sanno che lo sono per il proprio colore, identità, genere, ecc. non accetteranno la tesi che una forma di razzismo è peggiore di un’altra. Sono tutte gravi. Per questo non è sostenibile nel tempo. Perché le molte persone contrarie al colonialismo e al razzismo non accetteranno di essere accusate di razzismo.

La relatrice delle Nazioni Unite per la libertà di espressione, Irene Khan, ha messo in guardia che “la crisi di Gaza rappresenta già una crisi per la libertà di espressione e protesta”, con pagine preoccupanti di repressione o cancellazione di manifestazioni in favore dei diritti dei palestinesi.

Questo ricorda quanto accaduto dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, quando tutte le agenzie usarono gli attacchi contro le Torri Gemelle di New York per giustificare la riduzione delle libertà dei cittadini, con la scusa della guerra al terrorismo. Qualcosa di simile succede oggi. Israele pretende che qualsiasi critica contro lo Stato israeliano sia bollata come appoggio al terrorismo, e questo è un pretesto bello e buono per servizi segreti, polizia, politici, che lo sfruttano contro la libertà di espressione.

Torno alla domanda che mi hai fatto all’inizio: cosa possiamo fare? Lottare per il nostro diritto di parlare liberamente della Palestina significa lottare anche per il nostro diritto di parlare liberamente di altre cose. Le due questioni non dovrebbero essere separate, perché sono interconnesse. Il mondo deve capire che questo non riguarda solo i palestinesi.

Molti governi temono la libertà di espressione, perché non facilita loro le cose, perché non amano le richieste legittime della gente. Stanno perciò utilizzando questa situazione per virare verso un certo autoritarismo.

Lei è nato, cresciuto e vissuto in Israele fino al 2007. Che cambiamenti ha osservato nel corso dei decenni e, in quanto israeliano, come vive e percepisce la situazione attuale?

Israele è diventato sempre più fanatico e razzista, anche con sfumature che si avvicinano a una sorta di teocrazia, che è quello cui mira il sionismo più religioso. Questo è il principale cambiamento che ho visto negli ultimi 50 o 60 anni. Capisco anche però, come storico, che il problema non è come si è trasformato in un paese più razzista, perché c’è qualcosa di male nell’idea stessa di imporre uno Stato ebraico in Palestina, contro la volontà dei palestinesi, contro la volontà del mondo arabo.

Quel che è cambiato è che gli israeliani non fingono più democrazia e universalismo. Adesso è più evidente che, se si sostiene il sionismo in Israele, non si sta sostenendo la democrazia. L’idea che “sì, siamo colonizzatori, ma siamo anche socialisti e democratici” crolla su se stessa. Occupare illegalmente, applicare l’apartheid, negare i diritti e l’uguaglianza sulla base della religione o dell’etnia non è democratico né socialista.

Penso ai miei figli, non a me. Dico sempre che vale la pena lottare per un Israele diverso in Palestina, ma se non vuoi lottare per quello, dovresti andartene. Io sempre più auspico di tornare, perché credo che dovremmo lottare per uno Stato democratico per tutti.

Che futuro vede a Gaza?

Dipende da quello che farà il mondo. Israele sa cosa vuole fare: vuole espellere quanta più gente possibile dal nord di Gaza al sud, trasferire la popolazione israeliana nella Striscia, annettere il nord e anche il resto. Questo è il piano di Israele. E sperano che sia così inarrestabile che i palestinesi fuggiranno in Egitto, come alcuni hanno già fatto. 

Non stanno pensando alla ricostruzione. Non credo però che raggiungeranno il loro obiettivo, perché Hamas continuerà ad esistere e a combattere. Comunque, dipende anche da quel che farà il resto del mondo. Lascerà che questo continui così? Continuerà a rendere possibile questa politica criminale che implica un genocidio?

Nel breve termine le cose non cambieranno. Nel lungo termine però potranno esserci processi di pace di cui potrà beneficiare la Palestina.

Che ruolo sta avendo l’Europa? Cosa può fare che non sta facendo?

Deve imporre sanzioni a Israele subito, domani stesso. È evidente. Se vuole avere un ruolo nella storia, deve agire.

Traduzione di Valentina Cicinelli via eldiario.es

Immagine di copertina via retedeldono.it

*titolo originale dell’articolo: Lo storico israeliano Ilan Pappé: “Il mondo deve capire che questo non riguarda solo i palestinesi, è a rischio il futuro di tutti noi”

Potrebbero interessarti anche...

Rispondi

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, scrivi a ghigliottina.it@gmail.com. Cookie Law

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, scrivi a ghigliottina.it@gmail.com.

Chiudi